Biografia
La Storia di Placido Rizzotto
Dalle campagne di Corleone alle montagne della Resistenza, fino alla guida delle lotte bracciantili.
Le origini
Corleone e il latifondo siciliano
Nacque il 2 gennaio 1914 a Corleone, primo di sette figli. Sua madre, Giovanna Moschitta, morì quando era ancora ragazzo. Suo padre, Carmelo, fu arrestato dal regime fascista con l'accusa di associazione mafiosa — uno di quei processi in cui la colpa vera era essere poveri in un paese dove la mafia comandava anche sulla carta intestata della prefettura. Placido abbandonò gli studi e andò a lavorare la terra per mantenere i fratelli.
In quei campi imparò cos'era un latifondo: un sistema in cui il contadino nasce e muore senza mai vedere un frutto che sia suo. I gabelloti — intermediari al servizio dei proprietari assenteisti — decidevano chi lavorava, quanto guadagnava, se mangiava. Dietro i gabelloti, la mafia. Dietro la mafia, il silenzio di tutto il resto. Rizzotto crebbe in quel silenzio e decise, da adulto, di romperlo.
| Dati anagrafici | Dettagli |
|---|---|
| Luogo e data di nascita | Corleone, 2 gennaio 1914 |
| Nucleo familiare | Primogenito di sette figli |
| Genitori | Carmelo Rizzotto e Giovanna Moschitta |
| Istruzione | Abbandono precoce per necessità economiche |
| Orientamento politico | Socialismo — Partigiano — Dirigente CGIL |
1943–1945
La Resistenza come scuola di democrazia
Il percorso di Rizzotto subì una deviazione significativa con l'arruolamento nell'Esercito Italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Prestò servizio in Friuli-Venezia Giulia, sui monti della Carnia, dove raggiunse il grado di sergente.
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, rifiutò di arrendersi o di collaborare con le truppe nazifasciste, decidendo invece di unirsi alle Brigate Garibaldi e successivamente alla Banda "Napoli", guidata dal socialista Pietro Agostinucci.
La partecipazione alla lotta partigiana non fu solo una scelta militare, ma un'intensa formazione politica. L'esperienza della Resistenza fornì a Rizzotto i modelli organizzativi e ideologici che avrebbe poi cercato di trapiantare nella realtà feudale siciliana.
La consapevolezza che il cambiamento fosse possibile attraverso l'azione collettiva e la difesa della legalità democratica divenne il nucleo della sua futura attività sindacale.
1945–1948
Il ritorno in Sicilia e l'attivismo sindacale
Al termine del conflitto, Rizzotto tornò nella sua terra d'origine animato da un "vento nuovo". La mafia gli offrì subito un posto da campiere — guardiano armato dei latifondi. Rifiutò. Scelse invece di iscriversi al Partito Socialista Italiano e alla CGIL, diventando presidente dell'ANPI di Palermo e, nell'ottobre del 1947, Segretario della Camera del Lavoro di Corleone.
La sua missione era chiara: l'attuazione dei Decreti Gullo, emanati nel 1944 dal Ministro dell'Agricoltura Fausto Gullo, che prevedevano la concessione di terre incolte o mal coltivate alle cooperative di contadini e una ripartizione dei prodotti più equa (il 60% al lavoratore e il 40% al proprietario).
In Sicilia, tuttavia, questi decreti venivano sistematicamente boicottati dall'alleanza tra il potere latifondista e la mafia locale, che vedeva nel controllo della terra la base del proprio dominio economico e sociale.
La sfida a Navarra
All'alba, a dorso di mulo, Rizzotto saliva sulle alture con i contadini e piantava una bandiera rossa su ogni nuovo feudo occupato. Organizzò l'occupazione di Strasatto e di molti altri latifondi, sfidando direttamente il sistema dei gabelloti mafiosi.
La collisione con Michele Navarra — medico condotto, direttore dell'ospedale di Corleone e capomafia — era inevitabile. Navarra accumulava incarichi pubblici come scudo: fiduciario dell'INAM, medico INAIL, presidente della Coldiretti locale. Dietro quella facciata di rispettabilità borghese gestiva estorsioni, abigeato e intimidazioni. Il paese lo chiamava ù patri nostru — il padre nostro.
Rizzotto non si piegò. Quando Navarra chiese l'iscrizione all'ANPI come membro onorario, Placido gliela negò pubblicamente: non era né reduce né combattente. E aggiunse:
«Noi, i mafiosi non li iscriviamo.»
Non fu l'unica umiliazione. Durante una rissa in piazza tra sindacalisti e uomini di Navarra, Rizzotto affrontò a mani nude il giovane luogotenente Luciano Liggio e lo appese letteralmente — per il bavero — all'inferriata della villa comunale. Liggio non dimenticò.
«I nostri nemici non sono i padroni, ma noi stessi. Non si nasce schiavi o padroni, lo si diventa. Se uno ci vuole diventare, ci diventa!» — Placido Rizzotto ai braccianti di Corleone
Leoluchina Sorisi
Accanto a Placido, in quelle marce verso i feudi occupati, camminava — e correva, come corrono i rivoluzionari — la sua fidanzata Leoluchina Sorisi. Alta, bruna, bella: si batteva con lui, lottava con lui, occupava le terre insieme ai contadini. Fu lei a riconoscere i resti di Placido quando i carabinieri e gli speleologi li tirarono su dalla foiba di Rocca Busambra, identificandoli da una catenina al collo. La storia volle poi che Luciano Liggio — il presunto esecutore materiale dell'omicidio — venisse catturato proprio in casa di Leoluchina, dove si era rifugiato. Una delle tante contraddizioni strazianti di questa vicenda siciliana. (Questa circostanza è riportata in alcune narrazioni giornalistiche e cinematografiche, ma non è confermata unanimemente dalle fonti storiche.)