10 marzo 1948

Giustizia

L'omicidio, le indagini, i processi falliti e il lungo cammino verso la verità.

La dinamica dell'omicidio

La decisione di eliminare Rizzotto maturò in un clima di estrema tensione politica, a ridosso delle elezioni nazionali del 18 aprile 1948. Il sindacalista era diventato un bersaglio perché stava smantellando il sistema feudale di potere che a Corleone durava da secoli.

La sera del 10 marzo 1948, Rizzotto stava rientrando a casa dopo una riunione sindacale insieme ai compagni Ludovico Benigno e Giuseppe Siragusa. Fu intercettato da Pasquale Criscione, un vecchio amico diventato campiere al servizio di Navarra. Criscione usò la familiarità del rapporto per isolare Rizzotto, convincendolo a camminare con lui verso via Bentivegna.

Lì scattò la trappola: Rizzotto fu circondato da Luciano Liggio e da Vincenzo Collura, picchiato selvaggiamente e — sotto la minaccia di una pistola al fianco — cacciato a forza sulla Fiat 1100 di Liggio, «come una bestia sul carro del macellaio». Portato in una fattoria in contrada Malvello, subì ulteriori violenze prima di essere finito con tre colpi di pistola e gettato in una foiba profonda circa 50 metri sul monte Rocca Busambra.

Questo delitto segnò l'esordio di Luciano Liggio sulla scena criminale di alto livello e rappresentò uno dei primi casi documentati di lupara bianca: una tecnica volta non solo a eliminare il nemico, ma a cancellarne la memoria fisica.
EventoData
Rapimento di Placido Rizzotto10 marzo 1948, ore serali
Esecuzione e occultamento del cadavereNotte tra il 10 e l'11 marzo 1948
Morte del testimone Giuseppe Letizia14 marzo 1948
Indagini del Capitano Dalla Chiesa1949–1950
Ritrovamento di resti a Rocca BusambraDicembre 1949

Il martirio di Giuseppe Letizia

La ferocia di Cosa Nostra non si fermò a Rizzotto. La notte dell'omicidio, un giovanissimo pastore di 12 anni, Giuseppe Letizia, si trovava in contrada Malvello a custodire il gregge. Nascosto in una mangiatoia, assistette impotente alla violenta esecuzione del sindacalista.

Il trauma fu tale da provocargli uno stato di shock e una febbre altissima. Il giorno dopo fu trovato dal padre in preda al delirio, mentre urlava di un contadino "assassinato e fatto a pezzi".

Letizia fu portato all'Ospedale dei Bianchi di Corleone, il cui direttore era proprio il mandante dell'omicidio: Michele Navarra. Durante il delirio, il bambino avrebbe fatto i nomi degli assassini. Per eliminare l'unico testimone oculare, gli fu somministrata un'iniezione letale.

La causa ufficiale del decesso fu indicata come "tossicosi", ma il sospetto di avvelenamento divenne quasi certezza quando il medico che aveva in cura il ragazzo, il dottor Ignazio Dell'Aira, fuggì improvvisamente in Australia pochi giorni dopo.

Le indagini di Carlo Alberto Dalla Chiesa

Le indagini sulla scomparsa di Rizzotto furono affidate a un giovane Capitano dei Carabinieri: Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il suo lavoro a Corleone tra il 1949 e il 1950 fu esemplare per acume investigativo e coraggio civile.

Dalla Chiesa comprese immediatamente la natura politica del delitto, rifiutando le piste di "drammi sentimentali" artatamente diffuse per depistare le indagini. Riuscì a ottenere le confessioni di Criscione e Collura, i quali ammisero il rapimento e indicarono il luogo dell'occultamento del cadavere.

Nel suo rapporto del 30 maggio 1950, Dalla Chiesa descrisse lucidamente la mafia come una «autentica delinquenza» in guerra con lo Stato, capace di condizionare la vita economica e sociale della Sicilia occidentale, godendo di «complicità, tolleranza e acquiescenza dell'autorità».

Nonostante l'identificazione di Luciano Liggio come esecutore materiale, il sistema di coperture politiche e mafiose iniziò a sgretolare il castello accusatorio. Poco dopo la stesura del suo rapporto fondamentale, Dalla Chiesa fu trasferito d'urgenza a Firenze — un provvedimento che molti storici leggono come un segnale del desiderio delle istituzioni di non "alzare troppo il tiro" contro i vertici di Cosa Nostra.

Quella di Corleone fu la prima delle battaglie di Carlo Alberto Dalla Chiesa contro il crimine organizzato. Non l'ultima. Negli anni Settanta, da Generale dei Carabinieri, smantellò le Brigate Rosse e portò alla cattura di Renato Curcio. Nel maggio 1982, fu nominato Prefetto di Palermo con il mandato di sconfiggere la mafia corleonese — gli stessi eredi di Navarra e Liggio che aveva incontrato trentadue anni prima. Arrivò senza poteri straordinari, quasi abbandonato dallo Stato che lo aveva inviato.

Il 3 settembre 1982, Cosa Nostra lo uccise in via Carini a Palermo, insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all'agente Domenico Russo. Aveva 62 anni. La mafia che aveva assassinato Placido Rizzotto nel 1948 assassinava il capitano che lo aveva indagato nel 1982. Trentadue anni. Lo stesso cerchio.

La sua morte scosse l'Italia e accelerò l'approvazione della legge Rognoni–La Torre, che introduceva nel codice penale il reato di associazione di tipo mafioso (art. 416-bis) e la confisca dei beni. Una delle leggi antimafia più importanti della storia repubblicana nacque dal sangue di chi aveva cominciato tutto a Corleone, indagando sulla scomparsa di un sindacalista di 34 anni.

Il processo e le assoluzioni

Il processo per l'omicidio si concluse nel 1952 con un esito che divenne emblematico del clima dell'epoca. Luciano Liggio, rimasto latitante, insieme a Criscione e Collura, furono assolti per insufficienza di prove. Gli imputati ritrattarono le confessioni rese durante la fase istruttoria, sostenendo di essere stati vittime di violenze da parte delle forze dell'ordine.

La sentenza di assoluzione fu confermata in Appello e divenne definitiva in Cassazione il 26 maggio 1961.

ImputatoRuoloEsito
Luciano LiggioEsecutore materiale (latitante)Assolto per insufficienza di prove
Pasquale CriscioneComplice, "esca"Assolto per insufficienza di prove
Vincenzo ColluraCompliceAssolto per insufficienza di prove
Michele NavarraMandanteNon condannato per questo omicidio
Carlo Alberto Dalla ChiesaInquirenteIl rapporto fu ignorato dalla sentenza

Il ritrovamento dei resti e la verità scientifica

Il velo di oblio su Placido Rizzotto iniziò a sollevarsi solo sessantaquattro anni dopo la sua scomparsa. Nel 2008, su impulso di nuove indagini della Polizia di Stato di Corleone e grazie al contributo di storici locali, furono riprese le ricerche a Rocca Busambra. Il 7 luglio 2009, gli investigatori individuarono una fessura naturale utilizzata come discarica di cadaveri dalla mafia corleonese.

Tra i numerosi resti ossei recuperati, furono isolati alcuni campioni compatibili con il profilo fisico di Rizzotto. La sfida scientifica fu imponente: estrarre DNA degradato da ossa rimaste esposte alle intemperie per oltre sei decenni. La comparazione avvenne con il DNA estratto dai resti del padre, Carmelo Rizzotto, appositamente riesumato.

Il 9 marzo 2012, la Polizia Scientifica di Roma confermò l'identità dei resti con una "certezza al 76 per cento". Incrociata con il ritrovamento di oggetti personali — una moneta degli anni Venti e una specifica fibbia di cintura — questa percentuale costituì una prova definitiva per le autorità. Finalmente, Placido Rizzotto aveva smesso di essere un "disperso" per tornare a essere un uomo con un nome.