Corleone, anni '40–'50
Il Contesto
La mafia corleonese, il potere di Navarra, l'ascesa di Liggio e il clima di terrore in cui Placido Rizzotto scelse di combattere.
Il capomafia
Michele Navarra: ù patri nostru
Fino al 1958, il potere a Corleone aveva un solo nome: Michele Navarra. Medico condotto, direttore dell'ospedale dei Bianchi, fiduciario dell'INAM, medico INAIL, presidente della Coldiretti locale — una sovrapposizione di incarichi pubblici costruita per blindare la propria intoccabilità. Il paese lo chiamava ù patri nostru, il padre nostro.
Dietro quella facciata di rispettabilità borghese, Navarra guidava una cosca che imponeva il pizzo sui raccolti, controllava l'assunzione della manodopera bracciantile, gestiva il furto e la macellazione clandestina di bestiame. Era anche un potente grande elettore: si mosse dal Movimento Indipendentista Siciliano al Partito Liberale, poi — fiutati i nuovi equilibri dopo il 1948 — traghettò il suo intero apparato di voti nella Democrazia Cristiana.
Quando Navarra chiese l'iscrizione all'ANPI come membro onorario, Rizzotto gliela negò: non era «né reduce né combattente». E aggiunse: «Noi, i mafiosi non li iscriviamo.»
L'umiliazione pubblica fu insopportabile per un uomo abituato all'obbedienza totale. Navarra fu il mandante dell'omicidio di Rizzotto nel marzo 1948. Pochi giorni dopo, per coprire il delitto, somministrò personalmente un'iniezione letale al pastorello Giuseppe Letizia, dodici anni, ricoverato nel suo stesso ospedale dopo aver assistito all'omicidio.
Il luogotenente
Luciano Liggio e la fine della vecchia mafia
Luciano Liggio era il campiere di Navarra: giovane, spietato, insofferente alle regole della vecchia guardia. Fu lui a eseguire materialmente l'omicidio di Rizzotto — quell'uomo che lo aveva appeso all'inferriata della villa comunale davanti a tutto il paese.
Ma Liggio non era destinato a restare un esecutore. Formò una sua cosca attorno al feudo di Piano di Scala, dove nel 1956 creò una società armentizia come copertura per il furto di bestiame e la macellazione clandestina. Quando Navarra tentò di farlo eliminare, Liggio si mosse per primo: il 2 agosto 1958, un commando armato di mitra massacrò Navarra in contrada Imbriaca.
Con Liggio salirono al potere i suoi sodali: Totò Riina e Bernardo Provenzano. La mafia corleonese non sarebbe più stata la stessa — e nei decenni successivi avrebbe insanguinato l'Italia intera. Le loro terre confiscate oggi producono vino e pasta a nome di Placido Rizzotto.
I numeri del terrore
Corleone negli anni dell'occupazione delle terre
I dati ufficiali dell'epoca restituiscono il clima in cui Rizzotto operava. Il calo delle denunce nel '47–'48 non indicò maggiore sicurezza: indicò che le vittime avevano smesso di fidarsi delle istituzioni.
| Anno | Furti | Danneggiamenti | Rapine/Estorsioni | Omicidi |
|---|---|---|---|---|
| 1944 | 278 | 120 | 22 | 11 |
| 1945 | 143 | 43 | 22 | 16 |
| 1946 | 116 | 29 | 10 | 17 |
La cosca di Liggio inaugurò in quegli anni l'uso sistematico della lupara bianca: i cadaveri degli avversari venivano fatti sparire gettandoli nelle foibe di Rocca Busambra. Placido Rizzotto fu la vittima più celebre di questa tecnica di cancellazione.
Il dopoguerra
Dopo Corleone: il sacco di Palermo
La mafia che uccise Rizzotto era ancora legata alla terra e al latifondo. Ma il modello stava per cambiare radicalmente. Tra la fine degli anni '50 e l'inizio degli anni '60, Palermo fu travolta da un'espansione urbanistica selvaggia nota come il "sacco di Palermo": parchi, ville Liberty e agrumeti della Conca d'Oro rasi al suolo per condomini multipiano.
Cosa Nostra compì in quel periodo la sua mutazione genetica: da organizzazione feudale e agraria a potenza urbano-imprenditoriale. I boss, inizialmente mediatori tra proprietari e costruttori, diventarono soci occulti o titolari diretti di imprese edili, accumulando fortune immense con la collusione di politici come Salvo Lima e Vito Ciancimino. Su 4.000 licenze edilizie rilasciate in quegli anni, 1.600 furono intestate a soli tre prestanome senza alcuna competenza nel settore.
I capitali illeciti — accresciuti poi con il contrabbando e il traffico di droga — vennero riciclati nell'economia legale: bar, ristoranti, alberghi, negozi. La mafia che Rizzotto aveva combattuto con una bandiera rossa su un feudo di Corleone si era trasformata in qualcosa di molto più grande e pervasivo. Ma il seme che aveva gettato — la cooperativa, il sindacato, la dignità del lavoro — sopravvisse a tutto.